l'amore eterno dura tre mesi

quello con un blog, nemmeno due.
adiòs.


Sono stato lì un po’ di minuti, ma non so quali pensieri siano passati per la testa. Probabilmente gli altri trovavano conforto con una preghiera, io non mi ricordo con cosa. Di certo per un attimo ho fissato il tuo piede destro e mi s’è schiuso un mondo.
Un piccolo particolare, piccolissimo: il tuo piede che cadeva leggermente verso sinistra in modo innaturale, quel piede che forse non avevo mai guardato così attentamente in quel momento mi rapiva e non riuscivo a distoglierne lo sguardo; poi mi sono ripreso e ti ho guardato il viso sorridente, ma non riuscendo a sopportare quell’immagine continuavo a volgere gli occhi verso la foto, mentre dalla camera di tua madre, per un attimo solo socchiusa e poi velocemente richiusa, veniva un pianto continuo. Ho passato anche un po’ di tempo a fissarti la pancia con sopra quelle mani scarne, sperando che, anche solo per un attimo, si muovesse e ci rivelasse che tu eri ancora lì a respirare, a vivere.
Sono stato ancora un po’ a guardarti senza capire bene cosa ci facessi lì e cosa fosse successo. Poi un lungo sospiro e mi son girato, forse senza nemmeno salutarti. Il cane era lì, in mezzo a tutta quella gente e nella sua più totale ignoranza muoveva la coda. Ho alzato un attimo lo sguardo solo per guardare tua sorella con gli occhi rossi e per fare un cenno a tuo padre, sussurrando un grazie. Un grazie che ha preso alla sprovvista anche me dato che non capivo per cosa lo stessi ringraziando. Sono comunque convinto che non mi ha sentito, così come ha ignorato il mio salve pronunciato forse tra me e me subito dopo. Mi ha fatto semplicemente un cenno con la testa, rispondendo al mio, e mi ha fatto uscire da quella casa silenziosa.
Per le scale il pianto di una tua amica mi faceva compagnia mentre, scalino dopo scalino, scendevo chiedendomi il perché di quel grazie.
E forse ora l’ho capito.
Grazie per aver messo al mondo una persona così bella, speciale e aver lottato per diciotto anni, per avermi permesso di conoscerla, di salutarla.
Una volta fuori ho preso il motorino e me ne sono andato, guardando verso la tua finestra illuminata.
Entrato in un bar ho preso una birra, come in segno di preghiera.
Inutile dire che nelle notti successive non ho dormito e mi svegliavo pensando a te o urlando, senza ricordare cosa stessi sognando. Inutile dire che il tuo viso, la tua risata, ha echeggiato nella mia testa più volte.
Perché in fondo ti conoscevo da quando avevamo sei anni, da quando, piccola e fragile, venivi a scuola con quel berretto troppo grande per la tua testa.
Anche se forse fragile non lo sei stata mai. Anzi, forse sei stata la persona più forte che abbia mai conosciuto. Capace di rialzarsi ogni volta, ferita nell’anima e nel corpo, e di continuare a vivere senza piangerti addosso.
Sono venuti in tanti, tantissimi a salutarti per l’ultima volta. Credo che di questo tu ne saresti stata felice, tu che sola forse non ci sei riuscita a stare mai.
E in mezzo a tutta quella gente mi sono scese le lacrime quando ho visto prendere in braccio la tua bara per portarti fuori dal cortile.
Poi la camminata, la chiesa, la rabbia, il rifiuto.
Non sai quanto sia felice di ricordarmi l’ultima volta che ti ho visto, di ricordarmi quella frase che mi hai detto. Quella frase che mi porterò dietro per sempre, accompagnata da quel tuo sorriso, da quel tuo piccolo movimento della testa.
Così come mi rimarranno per sempre la tua risata forte e contagiosa, i tuoi movimenti delle braccia, le tue lacrime.
“Il tuo sorriso soffoca ogni nostro dolore”.
Ciao cla.


Piccole ovvietà si susseguono nell’azzurro della stanza: le tende filtrano la luce come il fegato filtra le loro parole quasi sussurrate, le loro parole che spingono e si azzuffano per venire fuori.
Due anime nude si osservano il viso, il corpo, le mani.
Il silenzio frastornante porta con sé qualche sorriso d’imbarazzo mentre la timidezza sfiora la passione.
E’ dolce stanchezza quella che si sente nell’aria, è dolce stanchezza quella che sentono dentro e fuori di loro.
E mentre la calma e la pace fanno da sfondo a questa mielata scena al loro interno il conflitto si fa sempre più aspro: nel campo di battaglia si confrontano due eserciti, quello del fegato e quello dello stomaco, quella della paura e quello dell’anima – non credete mai a chi vi dice che l’anima è nel profondo del nostro cuore, non credete mai al loro Dio, al loro Credo; l’anima è nello stomaco, l’anima è quella cosa che si muove dentro quando due fiori vi aprono la giornata o quando assaggiate il sapore delle lacrime.
E’ la battaglia infinita, muta, tra quello che vorrebbero dire e quello che invece dicono.
E l’esercito del fegato, come sempre, sembra avere la meglio: dopo un attacco mirato cadono a terra Affetto e Felicità. Risponde lo stomaco infilzando Piacere con il valoroso Tenerezza, che però, poco dopo, viene sorpreso alle spalle da Interesse. L’attacco del fegato si fa sempre più vigoroso facendo fuori in un solo colpo Premura, Pace e Unione. Ma è solo quando tutto sembra perduto, quando lo stomaco ha smarrito tutti i suoi uomini più audaci, quando una delle due anime si sta alzando dal letto, nuda e bellissima, che il piccolo garzone Amore riesce a sgattaiolare tra i soldati del fegato e a raggiungere l’esofago dove si trasforma in aria. E’ lì che sale, dapprima lentamente e poi sempre più velocemente, come in un ascensore impazzito. Le pareti dell’esofago si fanno sempre più strette, luminose, consumate e Amore non ha idea di cosa stia succedendo. Piccolo e impaurito però sente che deve andare avanti, sente che deve...
E mentre le sue preoccupazioni, i suoi pensieri, le sue speranze vagavano in quel piccolo tubicino di tessuto umano, senza nemmeno accorgersene incontra le corde vocali che, senza alcun timore, lo trasformano in quel suono tanto dolce quanto unico.

Manca ormai meno di un mese al Grande Scontro per le primarie del Partito Democratico.
La farsa, che vede Uolter già sulla poltrona, è preceduta da una finta battaglia all'insegna del volemose bene e del tarallucci e vino.
Walter Veltroni, Rosy Bindi, Enrico Letta, Mario Adinolfi, PierGiorgio Gawronski, Jacopo Gavazzoli Schettini, Camillo Zampetti, Ajeje Brazorf, Yxzkif Jhjse e via dicendo sono i partecipanti a questa sfida senza colpi bassi.
Uolter: non bisognerebbe fare la politica a vita, ma vabbé. D’altronde ha un sogno, che si porta dietro ormai da anni e anni. Cambiare pettinatura.
Rosaria: entra prepotentemente nella rosa dei candidati per salvaguardare le quote rosa. La battuta, fin troppo facile e scontata, la lascio ai più. Cattolica e zitella, sembra la zia che non avremmo mai voluto avere.
Interessante vedere come Google a volte può essere un elemento stupendo.
Errico: il nuovo che avanza con i gabbiani che volano. Ha la faccia di quello che a scuola veniva sempre derubato della merendina. Mi starebbe quasi simpatico se non avesse i favori di Kossiga.
Marione: ama definirsi prima di tutto blogger e ci allieta la giornata con i suoi resoconti giornalieri da far cascar le palle. Fonda iMille ma l’amore dura poco: decide infatti di ritirarsi per appoggiare la candidatura di DoppiaV. Poi sbatte i piedi a terra, ci ripensa, si candida. Cerca di accaparrarsi voti pretendendo di mettere nel programma una revisione della legge Urbani sul p2p.
Uff, e allora perché no personalità confusa?
Il Pier: spuntato dal nulla, in pochi sanno chi sia realmente. Il suo sito, che sembra arrivi direttamente dal 1997, ricorda al mondo che Paint non è un buon programma di grafica.
Il suo cognome impronunciabile lo relega ai margini della sfida. Peccato.
Jacopino: sinceramente non ho il coraggio di addentrarmi nelle sue idee politiche.
E’ già noioso in foto e tanto mi basta.
*Avvertenza: l'idea dei pugili suonati mi è stata chiaramente rubata dalla bozza che avevo scritto. Ogni riferimento a post, avvenimenti e dichiarazioni è puramente casuale *



Tutto è cominciato con una barretta di cioccolato. Un blog, qualche fotomontaggio. Poi la folla, i giornalisti, la tv. Ho perso la testa. Non sapevo più da che parte girarmi, non sapevo più cosa farne della mia vita.
Poi, da un giorno all'altro, il vuoto.
Ho smesso. Libero.
Stavo per ricaderci dopo qualche mese, ma poco prima di cadere dal precipizio mi salvai.
Ne ero uscito, davvero. Ormai i blog erano solo un lontano ricordo, un sorriso sul volto, un amore finito.
Passarono quasi due anni e si arrivò all'inizio dell'estate 2007.
Faceva caldo e dalla finestra spalancata potevo sentire il profumo dei blogghisti in fiore.
Decisi di aspettare che passasse l'estate; "chissà, magari è solo una voglia momentanea". Ma intanto la mia vista, benché annebbiata, mi suggeriva che il computer era lì e desideroso voleva che gli toccassi la tastiera. Timidamente avvicinai la mano al mouse e lo sentii caldo; mossi con un dolce movimento rotatorio la rotella e non era possibile far finta di nulla, non era possibile non sentire i click di piacere. Lo guardai meglio: i suoi otto tasti si gonfiarono e immediatamente tirai indietro la mano. Era sporco e usurato dal tempo ma maledettamente invitante. Lo scelsi al Carrefour, tra un pacchiano mouse arcobaleno e un normalissimo puntatore grigio. "Mi serve per il Multyplayer", dicevo. Mi mentivo e lo sapevo benissimo. Mi avevano catturato quel suo blu particolare, le sue forme, la sua prestanza. E ora mi chiamava a sé con i suoi click ansimanti, la sua lucina tentatrice. Guardai verso lo schermo, spento, e sentii ancora quella richiesta: non si accontentava del mouse, voleva di più, voleva tutto e subito. Ingoiai un boccone di saliva e allungai il braccio sinistro ricercando la tastiera. La mano mi sudava e l'eccitazione saliva.
Quale tasto dovevo toccare? Era una tastiera femminista e si accontava del Bloc Num o voleva che andassi subito al sodo con la barra spaziatrice? Temporeggiai un attimo e poi mi avvicinai al CAPS LOCK. Potevo sentire sulle dita che fremeva, che non vedeva l'ora.
Spinsi.
Un brivido di piacere lungo la schiena mi disse che dovevo farlo, che dovevo ricominciare.
Decisi di aspettare l'estate così da intensificare il piacere.
Ed ora eccomi qua, ancora una volta richiamato, catturato, inglobato. O meglio, inblogato.
Aveva ragione scatterhead: possiamo uscirci.
Anzi, lo dobbiamo fare. Per noi, per chi ci sta intorno, per le persone che ci vogliono bene.
Teniamoci la mano e facciamoci forza.
Domani è un nuovo giorno, ce la faremo.