domenica, 14 ottobre 2007, in quarantanove racconti

Il tempo non cancella il muro pieno di colore



A casa tua c’ero già stato.
Anche allora salii le scale, entrai dalla porta e diedi una furtiva sbirciata al cucinotto; veloce sguardo al salotto e poi via, subito in camera tua dove quella tua foto regna su tutto il resto.
Questa volta però mi sono fermato sulla soglia, fermo, senza parlare. Attorno a me c’era parecchia gente che non conoscevo, che non avevo mai visto, ma in quel momento era come se fossero i miei migliori amici.
Anche questa volta non ho potuto fare a meno di guardare quella foto e pensare a quanto fossi bella, piccola e felice, con quel frutto in mano. Ma questo pensiero è durato solo pochi istanti, poi ti ho guardato e ho pianto.
Questa volta non siamo finiti sul balcone a fumarci una sigaretta, o meglio, a guardarti fumare una sigaretta.

Sono stato lì un po’ di minuti, ma non so quali pensieri siano passati per la testa. Probabilmente gli altri trovavano conforto con una preghiera, io non mi ricordo con cosa. Di certo per un attimo ho fissato il tuo piede destro e mi s’è schiuso un mondo.
Un piccolo particolare, piccolissimo: il tuo piede che cadeva leggermente verso sinistra in modo innaturale, quel piede che forse non avevo mai guardato così attentamente in quel momento mi rapiva e non riuscivo a distoglierne lo sguardo; poi mi sono ripreso e ti ho guardato il viso sorridente, ma non riuscendo a sopportare quell’immagine continuavo a volgere gli occhi verso la foto, mentre dalla camera di tua madre, per un attimo solo socchiusa e poi velocemente richiusa, veniva un pianto continuo. Ho passato anche un po’ di tempo a fissarti la pancia con sopra quelle mani scarne, sperando che, anche solo per un attimo, si muovesse e ci rivelasse che tu eri ancora lì a respirare, a vivere.

Sono stato ancora un po’ a guardarti senza capire bene cosa ci facessi lì e cosa fosse successo. Poi un lungo sospiro e mi son girato, forse senza nemmeno salutarti. Il cane era lì, in mezzo a tutta quella gente e nella sua più totale ignoranza muoveva la coda. Ho alzato un attimo lo sguardo solo per guardare tua sorella con gli occhi rossi e per fare un cenno a tuo padre, sussurrando un grazie. Un grazie che ha preso alla sprovvista anche me dato che non capivo per cosa lo stessi ringraziando. Sono comunque convinto che non mi ha sentito, così come ha ignorato il mio salve pronunciato forse tra me e me subito dopo. Mi ha fatto semplicemente un cenno con la testa, rispondendo al mio, e mi ha fatto uscire da quella casa silenziosa.
Per le scale il pianto di una tua amica mi faceva compagnia mentre, scalino dopo scalino, scendevo chiedendomi il perché di quel grazie.
E forse ora l’ho capito.

Grazie per aver messo al mondo una persona così bella, speciale e aver lottato per diciotto anni, per avermi permesso di conoscerla, di salutarla.
Una volta fuori ho preso il motorino e me ne sono andato, guardando verso la tua finestra illuminata.
Entrato in un bar ho preso una birra, come in segno di preghiera.
Inutile dire che nelle notti successive non ho dormito e mi svegliavo pensando a te o urlando, senza ricordare cosa stessi sognando. Inutile dire che il tuo viso, la tua risata, ha echeggiato nella mia testa più volte.

Perché in fondo ti conoscevo da quando avevamo sei anni, da quando, piccola e fragile, venivi a scuola con quel berretto troppo grande per la tua testa.
Anche se forse fragile non lo sei stata mai. Anzi, forse sei stata la persona più forte che abbia mai conosciuto. Capace di rialzarsi ogni volta, ferita nell’anima e nel corpo, e di continuare a vivere senza piangerti addosso.

Sono venuti in tanti, tantissimi a salutarti per l’ultima volta. Credo che di questo tu ne saresti stata felice, tu che sola forse non ci sei riuscita a stare mai.
E in mezzo a tutta quella gente mi sono scese le lacrime quando ho visto prendere in braccio la tua bara per portarti fuori dal cortile.
Poi la camminata, la chiesa, la rabbia, il rifiuto.

Non sai quanto sia felice di ricordarmi l’ultima volta che ti ho visto, di ricordarmi quella frase che mi hai detto. Quella frase che mi porterò dietro per sempre, accompagnata da quel tuo sorriso, da quel tuo piccolo movimento della testa.
Così come mi rimarranno per sempre la tua risata forte e contagiosa, i tuoi movimenti delle braccia, le tue lacrime.

“Il tuo sorriso soffoca ogni nostro dolore”.

Ciao cla.

cetri @ 02:51 | commenti (3)
lunedì, 01 ottobre 2007, in quarantanove racconti

Quattro parole senza valore



Ci sono giorni in cui una musica può farti cambiare l'espressione del viso, può far nascere un sorriso senza senso o può farti chiudere gli occhi e sognare. Sono giorni in cui il cielo sembra più vicino e i sogni a portata di mano.
E tu sei lì, solo ma non solitario, felice. Felice per tutto quello che è stato e non è stato, felice per i baci avuti e quelli ricevuti, per quelli rubati e quelli negati. E' il giorno in cui più degli altri impari a vivere, a sognare e anche un po' a soffrire. E' il giorno dei grandi rimpianti e dei più grandi sogni. Il giorno delle paure, delle speranze, del domani.
E senti dentro, forte, la voglia di cambiare. Una nave, con una rotta precisa, ancora tutta da scoprire o da navigare. Senti la voglia di cambiare, di crescere. Non perché manchi qualcosa, ma perché è il destino di ogni uomo. Cambiare o almeno avere l'illusione di farlo. Tutto deve cambiare affinché non cambi niente.
Una grande illusione. E' questo quello di cui abbiamo bisogno o, forse, è questo quello che è la vita.
Abbiamo bisogno di finti bisogni e di finte mete da raggiungere. Abbiamo bisogno di elevarci sopra noi stessi per camminare davvero sui nostri errori senza capire di star battendo un'altra strada non certo priva di sbagli. Abbiamo bisogno di credere alla bontà, all'altruismo, alla compassione - quella vera, quella etimologica. Una falsa speranza e una pagina da girare.
E l'unico modo per ribadire l'esistenza di noi stessi è mettere per iscritto quattro parole senza valore, alzare la cornetta e ascoltare le parole di chi ci chiede la buonanotte per mettersi sotto le coperte.

Dolci sogni a tutti, veri o finti che siano.
cetri @ 00:53 | commenti (2)
martedì, 25 settembre 2007, in quarantanove racconti

Piccole ovvietà

Piccole ovvietà si susseguono nell’azzurro della stanza: le tende filtrano la luce come il fegato filtra le loro parole quasi sussurrate, le loro parole che spingono e si azzuffano per venire fuori.
Due anime nude si osservano il viso, il corpo, le mani.
Il silenzio frastornante porta con sé qualche sorriso d’imbarazzo mentre la timidezza sfiora la passione.
E’ dolce stanchezza quella che si sente nell’aria, è dolce stanchezza quella che sentono dentro e fuori di loro.

E mentre la calma e la pace fanno da sfondo a questa mielata scena al loro interno il conflitto si fa sempre più aspro: nel campo di battaglia si confrontano due eserciti, quello del fegato e quello dello stomaco, quella della paura e quello dell’anima – non credete mai a chi vi dice che l’anima è nel profondo del nostro cuore, non credete mai al loro Dio, al loro Credo; l’anima è nello stomaco, l’anima è quella cosa che si muove dentro quando due fiori vi aprono la giornata o quando assaggiate il sapore delle lacrime.

E’ la battaglia infinita, muta, tra quello che vorrebbero dire e quello che invece dicono.

E l’esercito del fegato, come sempre, sembra avere la meglio: dopo un attacco mirato cadono a terra Affetto e Felicità. Risponde lo stomaco infilzando Piacere con il valoroso Tenerezza, che però, poco dopo, viene sorpreso alle spalle da Interesse. L’attacco del fegato si fa sempre più vigoroso facendo fuori in un solo colpo Premura, Pace e Unione. Ma è solo quando tutto sembra perduto, quando lo stomaco ha smarrito tutti i suoi uomini più audaci, quando una delle due anime si sta alzando dal letto, nuda e bellissima, che il piccolo garzone Amore riesce a sgattaiolare tra i soldati del fegato e a raggiungere l’esofago dove si trasforma in aria. E’ lì che sale, dapprima lentamente e poi sempre più velocemente, come in un ascensore impazzito. Le pareti dell’esofago si fanno sempre più strette, luminose, consumate e Amore non ha idea di cosa stia succedendo. Piccolo e impaurito però sente che deve andare avanti, sente che deve...
E mentre le sue preoccupazioni, i suoi pensieri, le sue speranze vagavano in quel piccolo tubicino di tessuto umano, senza nemmeno accorgersene incontra le corde vocali che, senza alcun timore, lo trasformano in quel suono tanto dolce quanto unico.

cetri @ 03:39 | commenti (4)